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La favola italiana delle pensioni….

Aprile 2021



Chi è la FORMICA? Il povero lavoratore italiano che da sempre risparmia per garantirsi una vecchiaia serena. E chi è la CICALA? Chi ha mal gestito fino ad oggi il sistema delle pensioni in Italia, erodendo via via le scorte accantonate, a discapito delle pensioni future.

Quella che desidero raccontarti oggi è la storia del Sistema Pensionistico Italiano, una storia che devi necessariamente conoscere se vuoi comprendere 'di che pensione vivrai' e soprattutto perché, oggi più che mai

la TUA PENSIONE è un TUO PROBLEMA e sta a te risolverlo!

LA STORIA INIZIA NEL 1898

Il primo antenato dell’odierno INPS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale) fu istituito addirittura nel 1898 e subì numerose modifiche fino al 1943 quando, durante il regime fascista, prese le denominazione attuale.


SISTEMA A CAPITALIZZAZIONE

Inizialmente il sistema italiano era a capitalizzazione:

i lavoratori versavano una quota del loro stipendio in fondi pensionistici, in modo da garantirsi una pensione in linea con quanto versato nell’arco di tutta la vita lavorativa. Quello che ognuno versava veniva accantonato e investito per garantirgli una rendita per la sua vecchiaia.

RIFORMA 1969: SISTEMA A RIPARTIZIONE

Nel 1969 l’ordinamento a capitalizzazione fu definitivamente abbandonato a favore di uno a ripartizione.

E' il sistema ancora oggi in vigore, un sistema in cui chi lavora oggi, paga le pensioni erogate a chi ha già smesso di lavorare con la speranza che un giorno i futuri lavoratori pagheranno la loro.

Con il passaggio al sistema a ripartizione, i soldi accantonati dal lavoratore non dovevano più essere lasciati da parte per la sua pensione futura e potevano pertanto essere destinati per far fronte alle varie esigenze di sussistenza della popolazione italiana.


Così si cominciò a spendere… e sempre nel 1969:

  • fu istituita la pensione sociale per i cittadini con più di 65 anni di età con reddito considerato minimo;

  • fu istituita la pensione di anzianità per i cittadini con 35 anni di contribuzione che non avevano raggiunto l’età pensionabile;

  • si stabilì che il calcolo della pensione fosse realizzato in base alla retribuzione degli ultimi 5 anni di lavoro, con la conseguenza che l’assegno percepito era mediamente più cospicuo rispetto ai contributi realmente versati;

  • venne prevista la perequazione automatica delle pensioni, cioè la rivalutazione delle pensioni sulla base dell’indice dei prezzi al consumo.

Scelte corrette da un punto di vista sociale, ma che non prendevano in considerazione i continui squilibri di bilancio che ne sarebbero derivati, e che nel tempo hanno comportato sistematiche coperture da parte dello Stato andando ad impattare negativamente sui conti dell'Italia.


1973: LE PENSIONI BABY!

Il 1973 verrà ricordato come un anno maledetto per la storia del bilancio pubblico italiano!


Fu l’anno in cui si inaugurò la sciagurata stagione delle baby pensioni e i politici italiani scoprirono un altro modo per essere generosi con i soldi prelevati dalle tasche altrui.

Venne quindi deciso che le donne sposate con figli potessero andare in pensione con 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi, gli statali con 20 e i dipendenti locali con 25.

Curiosamente la riforma arrivò giusto due giorni prima di Natale, come un bel pacchetto da scartare per tutti gli italiani; peccato fosse un pacco bomba, scoppiato in faccia a chi si impegnava per lavorare onestamente ma soprattutto alle nuove generazioni.


Basti pensare che nel 2018 la spesa per questa voce era ancora di 7,5 miliardi € l’anno, divisa tra 400mila privilegiati.


DAGLI ANNI ‘90 AI GIORNI NOSTRI


All’inizio degli anni ‘90 era ormai chiaro che il nostro sistema pensionistico non era più economicamente sostenibile: i soldi accantonati dai lavoratori non potevano bastare a garantire le pensioni accordate.

Si sono così susseguite una serie di riforme, apportate principalmente dai vari governi tecnici, nel mero tentativo di arrivare ad una soluzione di equilibrio ancora molto lontana.

  1. La riforma Amato del 1992 fu il primo tentativo per risolvere il problema, innalzando l’età pensionabile così come la contribuzione minima per la pensione di anzianità.

  2. La riforma Dini del 1995 segnò invece il passaggio (parziale) da un sistema pensionistico retributivo (importo pensione calcolata in funzione della retribuzione) ad un sistema di tipo contributivo(dove le pensioni sono calcolate sulla base delle somme versate nel corso della vita lavorativa).

  3. Nel 1997 la prima riforma Prodi innalzò ancora i requisiti di contributi maturati per avere accesso alla pensione, eliminò le baby pensioni e ridusse le differenze di trattamento tra dipendenti pubblici e privati.

  4. Nel 2004 la riforma Maroni aprì il sistema pensionistico alla previdenza complementare e integrativa (dunque a fondi privati che potevano fornire una ulteriore pensione ai lavoratori che vi accedevano), e introdusse un aumento dell’età anagrafica per uscire dal mondo del lavoro.

  5. Nel 2011 il governo tecnico Monti intervenne con misure radicali. Con la famigerata riforma Fornero venne definitivamente abbandonato il sistema retributivo. Vennero innalzati ulteriormente i requisiti d’accesso alla pensione, 66 anni per gli uomini (dipendenti ed autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego; a 62 anni per le lavoratrici dipendenti del settore privato; a 63 anni e 6 mesi per le autonome e la parasubordinate.

  6. Infine, nel 2019,è stata inserita Quota 100. Essa prevede la possibilità di uscita anticipata dal mondo del lavoro per tutti coloro che vantano almeno 38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni. Quota 100 non è però una riforma strutturale; è stata infatti concepita come una deroga per gli anni 2019, 2020 e 2021, da confermare ogni anno.

  7. Oggi il governo DRAGHI sta nuovamente cercando di mettere a punto una riforma che possa fornire una soluzione di equilibrio accettabile… ci riuscirà?


Quello che manca nella triste storia delle pensioni italiane, è la certezza per il futuro, soprattutto per i più giovani: lo Stato promette che un giorno fornirà anche a noi una pensione (pagata da qualcun altro), ma che certezza ne abbiamo?

ESISTE UN SOLO MODO:

  1. Acquisire consapevolezza del problema;

  2. prendere atto che NON CI SONO SOLDI A SUFFICIENZA;

  3. avere ben chiaro che un domani sarà impossibile ricevere una pensione pubblica adeguata a garantirci una vecchiaia serena;

  4. attivarci immediatamente per trovare la soluzione.


Dobbiamo essere ancora di più formiche, accantonare da subito anche piccole quote di risparmio su un fondo pensione o un piano di accumulo personale.
Questi soldi, se investiti bene, grazie al tempo cresceranno e potranno darci la garanzia di una rendita integrativa futura.



Silvia Morelli

Consulente Patrimoniale

www.smalquadrato.com

silviamorelli.allianzbankfa.it


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